Padmasanbhava

di Vincent Bridges

tratto dal seminario

“Tutto quello che avreste voluto sapere sul pentagramma

e non avete mai osato chiedere”

tenuto a Borgo d’Ale il 14-15 giugno 2014

 

Padmasanbhava è il secondo Buddha, noto in Tibet come Guru Rinpoche, il “Prezioso Maestro”. Quando il primo Buddha, Siddharta Gautama, andò nel Nirvana, mentre era in transizione si rese conto che non aveva insegnato l’intero sistema. Era un buon inizio, ma si era dimenticato della magia, le applicazioni pratiche della magia e di come la magia manipoli l’energia. Quindi Siddharta Gautama ritornò come Padmasanbhava. Non è nato nel modo normale. È apparso su un loto, infatti Padmasanbhava significa “Nato dal loto”. Dunque nacque da un loto e fu adottato dal re del Kashmir della Valle di Swat. Non si conosce la precisa data di nascita. Storicamente comparve nell’ottavo secolo dopo Cristo. Prima passò circa 80 anni a imparare tutte le pratiche dakhini, a meditare nei cimiteri, eccetera, poi si ritirò nella valle di Katmandu in Nepal, dove il re del Nepal gli diede in omaggio la sua consorte più bella per le sue pratiche tantriche. I due andarono a fare le loro pratiche nelle grotte di Asura in Nepal e dopo 3 anni Padmasanbhava ottenne il suo corpo imperituro di diamante. Come segno di aver ottenuto l’imperituro corpo di diamante, Padmasanbhava lasciò uno stampo della sua mano nella roccia di una delle grotte di Asura. È proprio una mano che va dentro la roccia, come se l’avesse immersa nel cemento fresco, impregnando completamente di energia quel lato della collina.

 

In quel periodo, l’ottavo secolo dopo Cristo, i tibetani erano come i mongoli, ossia gente davvero terribile. I maghi guerrieri in particolare avrebbero generato situazioni davvero esplosive se non fossero stati convertiti al buddismo. Consapevole di questo pericolo, il re del Tibet, Trhisong Detsen, decise di portare il buddismo in Tibet proprio per calmare questi maghi guerrieri. In primo luogo invitò uno studioso buddista, Shantaraksita, il quale si recò in Tibet, ma purtroppo non fu in grado di insegnare nulla, perché i maghi neri tibetani continuavano a mandargli dei demoni per disturbarlo. Allora il re capì che doveva chiamare un vero mago, così mandò il cancelliere del regno a cercare Padmasanbhava in India, a Maharata, una grande città situata nella parte nord-orientale. Qui, nel retro di una taverna, proprio dove gli avventori facevano più chiasso, gli inviati del re trovarono Padmasanbhava. Dopo averlo riportato alla sobrietà, gli offrirono tantissimo oro per andare in Tibet a prendersi cura dei maghi neri e a insegnare il dharma. Lui accettò l’oro, però volle anche la più bella consorte del re. Gli inviati accettarono e lo portarono in Tibet. I maghi neri Bon Po lo aspettarono al Monte Everest e gli vietarono di entrare nel paese, a meno che dimostrasse di essere un mago migliore di loro. In pratica lo sfidarono a fare la “magia del tamburo”, ossia a suonare il tamburo magico e salire fino in cima all’Everest.

 

Dunque da una parte c’era un mago nero che suonava il suo tamburo magico e pian piano levitava verso la cima della montagna, dall’altra parte c’era Padmasanbhava che si era fermato per strada a fumarsi un po’ d’erba, farsi una bevuta e divertirsi. Dopo aver suonato il tamburo per un po’, il mago nero Bon Po aveva raggiunto i tre quarti della salita. A quel punto Padmasanbhava tirò fuori il suo tamburo e si proiettò in cima all’Everest suonando un ritmo che, secondo me, era sicuramente in stile jazzistico. Superò il mago nero come se fosse fermo e lasciò a bocca aperta tutti i Bon Po, che si rassegnarono a lasciarlo proseguire. Una volta giunto alla corte reale, il sovrano Trhisong Detsen accettò di concedere a Padmasanbhava la sua più bella consorte, Yeshe Tsogyal, e gli lasciò piena libertà nella scelta del posto su cui costruire il suo centro. Lui non ebbe difficoltà a individuare il luogo energicamente più potente della zona, che guarda caso corrispondeva al luogo più potente usato dai maghi Bon Po per le loro magie. Qui Padmasanbhava iniziò a costruire il monastero Samye, ma ovviamente i maghi Bon Po lo ostacolarono mandandogli dei demoni, che buttavano giù tutto ogni volta che veniva costruito un pezzo di monastero. Un mattino Padmasanbhava ne ebbe abbastanza di questo stallo, così chiamò 108 bodhisattva, che nell’arco di un solo giorno costruirono l’intero monastero. I maghi Bon Po rimasero nuovamente a bocca aperta e da quel momento persero la loro influenza, perché il tipo di buddismo insegnato da Padmasanbhava era così potente da influenzare anche la loro tradizione.

 

Il gruppo originario che ricevette gli insegnamenti da Padmasanbhava diventò il gruppo degli anziani, ossia i Nyingmapa, fra i quali figurarono alcuni sciamani Bon Po che si erano convertiti. Infatti, una volta che Samye venne costruito, iniziò la conversione dei demoni. Rasura, Rashasha, eccetera, furono convertiti al buddismo. Gli venne detto che potevano continuare a essere dei demoni, che potevano continuare a spaventare la gente e a fare le loro solite cose, ma che sarebbero diventati i “protettori del dharma”, quindi potevano spaventare le persone che non credevano nel dharma e non lo praticavano. Ecco perché nella tradizione tibetana esistono degli esseri come Mahakala, che è ovviamente un demone, ma anche un protettore del dharma. Se siete nel dharma, Mahakala vi lascia in pace. Se siete fuori dal dharma, Mahakala vi spaventa.

 

Dopo alcuni anni di pratica con la sua consorte Yeshe Tsogyal, Padmasanbhava prese atto della situazione: i Bon Po erano stati sconfitti e i demoni erano stati convertiti, dunque era giunto il momento per lui e Yeshe di viaggiare nei paesi circostanti – Nepal, Bhutan, Sikkim – per diffondere gli insegnamenti sacri. L’idea era di localizzare il dharma nel Tibet, però stando lì non sarebbe andato da nessuna parte, a meno che non si fosse guardato nel futuro, predisponendo nuovi insegnamenti in modo che le persone li potessero scoprire. Uno degli insegnamenti fu la liberazione attraverso l’ascolto del Bardo, ovvero il Libro tibetano dei morti, e un sacco di altri testi che vennero poi diffusi col tempo.

 

Poi nell’anno 788-789 circa, Padmasanbhava disse: “Bene, il mio lavoro è finito. Ho trasmesso i miei insegnamenti. Adesso sapete cosa state facendo, quindi vado da un’altra parte”. Lasciò una serie di profezie riguardo al futuro e a quello che sarebbe successo al Tibet. Una è piuttosto famosa: “Quando l’uccello di ferro volerà e le case si muoveranno sulle ruote, il dharma giungerà alla terra dell’uomo rosso.” In quella stessa serie di profezie, Padmasanbhava parla anche di quello che sarebbe successo al Tibet. Quasi tutto ciò che predisse si avverò, in particolare quando i comunisti cinesi invasero il Tibet. Il lavoro di Padmasanbhava consiste nel far sì che il dharma sopravviva al periodo che stiamo vivendo ora. Lui aveva promesso che sarebbe rimasto a questo livello fisico, ma non in un corpo in carne e ossa, per guidare l’umanità attraverso il disastro. Quindi quando i comunisti cinesi invasero il Tibet, distrussero i monasteri, liberarono tutti i demoni e fecero un gran casino, come Padmasanbhava aveva profetizzato, questo sarebbe stato l’inizio del grande disastro. Ci sarebbe stato un periodo di tempo in cui le cose sarebbero state orribili e poi i maestri di Shamballa sarebbero emersi per insegnare il dharma a tutto il mondo.

 

A differenza di altre figure, come ad esempio il Buddha della medicina, con le quali si può interagire, ma non fanno parte di questa realtà, Padmasanbhava invece è rimasto in questa realtà, anche se in forma non fisica, a interagire con noi. Lui è un tipo davvero pazzesco. Arriva e ti racconta barzellette, interferisce con la tua vita, salta fuori in forme diverse nei momenti più inaspettati e fa anche degli scherzi.

 

A questo riguardo, lo scherzo più curioso che mi fece risale al maggio del 2012. All’epoca mi stavo organizzando per andare a Malta a fare un rituale con il mio gruppo italiano, con il quale lavoravo già da un paio di anni sia in Italia sia a Praga, inclusa una straordinaria esperienza alla Montagna Verde (Zelena Hora), dove avevamo focalizzato l’energia per creare una bolla di coscienza interdimensionale. In quell’occasione, nell’aprile del 2012, c’era anche una mia amica di Praga che chiamerò Nadia. Lei praticava la meditazione, faceva cose un po’ alternative, ma non aveva nessuna idea delle pratiche tibetane. In quell’occasione aveva interagito con il gruppo italiano alla Montagna Verde, ma poi era tornata alle sue abitudini quotidiane e nulla lasciava intendere che avrebbe nuovamente interagito con il gruppo italiano per il rituale che avevamo programmato a Malta nel giugno successivo. Dunque a maggio mi giunsero in sogno Padmasanbhava e Li Po, un poeta cinese. Stavano bevendo sakè mentre io spiegavo loro cosa intendevamo fare a Malta. Ad un certo punto Padmasanbhava scoppiò a ridere e disse: “Va bene, stai tranquillo, che la Dakini Rossa se ne occuperà.” “Dakini Rossa?” ripeto stupito non capendo cosa intendesse. “Sì”, conferma lui, “cerca la Dakini Rossa e insegnale a parlarmi, a fare la puja di Padmasanbhava, e poi ci penso io.” Un paio di giorni dopo, sono in giro con Nadia a visitare uno dei tanti luoghi magici di Praga. Ad un certo punto lei apre il suo computer e come salva schermo compare la Dakini Rossa. Ma guarda un po’, ne prendo atto meravigliato ricordandomi le parole di Padmasanbhava, la Dakini Rossa… Non poteva essere una coincidenza, così chiedo a Nadia: “Che ne diresti di imparare una meditazione di Padmasanbhava?” “Va bene”, accetta lei, “sembra divertente.” Quindi facemmo questa meditazione, al termine della quale aprii gli occhi e vidi che Nadia era ancora intenta a giocare con Padmasanbhava e a ridere come una matta, perché lui la trovava molto piacevole, tanto che incominciò a mandarle dei regali. Infatti, nei giorni successivi capitava che delle persone saltassero fuori dal nulla offrendo a Nadia dei bellissimi oggetti tibetani. Ad esempio un giorno comparve un tizio che le domandò: “Ti piacerebbe avere questa ciotola tibetana? Io ne ho troppe.” Nadia guardò la ciotola e vide la faccia di Padmasanbhava incisa sul fondo. Questo andò avanti per un po’. Poi, all’inizio di giugno, Padmasanbhava mi disse: “Devi portare Nadia a Malta. Non importa se non sa nulla delle tematiche enochiane o angeliche. Lei parla italiano. Portala a Malta.” In effetti lei parlava italiano e aveva già conosciuto il gruppo italiano due mesi prima alla Montagna Verde, quindi presi atto del bizzarro consiglio e le chiesi: “Nadia, che ne diresti di venire a Malta? Parlane con Padmasanbhava, perché lui mi ha detto che devi venire.” Padmasanbhava le confermò che doveva venire, così andammo a Malta e sull’isola di Comino conducemmo un rituale molto intenso. Io, però, come ricorderanno i presenti, non riuscii a portarlo a termine. Dovetti togliermi l’anello cerimoniale e darlo a Nadia. Dovetti togliermi il pezzo di moldavite a darlo a Carolina. Solo dopo aver fatto ciò riuscimmo a completare il processo. Quindi non avremmo letteralmente potuto portare a termine il lavoro a Malta se Padmasanbhava non avesse insistito di portare Nadia con noi.

 

Ma lo scherzo migliore è quest’altro… Due anni dopo il mio ritorno dal Tibet, un giorno, mentre stavo meditando, facendo la puja di Padmasanbhava, lui letteralmente saltò fuori nella stanza e mi intimò: “Alzati immediatamente e vai subito al Paradiso della Spesa”, un negozio grosso e bizzarro che si chiama proprio così. “Vuoi che interrompa immediatamente la meditazione e vada subito al Paradiso della Spesa?” chiesi per conferma. “Sì, devi essere al negozio entro un’ora” ribadì Padmasanbhava. Il Paradiso della Spesa è un negozio che mette in vendita anche gli oggetti smarriti durante le spedizioni che nessuno reclama, quindi al suo interno c’era un sacco di roba, eppure quando entrai e iniziai a gironzolare fra gli scaffali, mi resi conto che non c’era nulla che mi potesse essere utile. Incominciai a irritarmi per questa situazione fuori di testa, ma proprio in quel momento la porta del magazzino si aprì e i commessi fecero entrare tre enormi casse di libri usati dalla provenienza più disparata. La prima cassa conteneva per 3/4 dei libri tibetani tradotti in inglese, che arrivavano direttamente dall’Istituto Himalayano e dalla biblioteca privata del Dalai Lama in India. Presi un carrello, cominciai a buttarci dentro libri e spesi tutto quello che avevo in tasca e in banca. In compenso giunsi in possesso di una libreria tibetana pazzesca, una selezione davvero incredibile, con Padmasanbhava che rideva alle mie spalle fino a quando arrivai a casa. Fra tutti quei libri ce n’erano cinque estremamente rari, che in seguito vendetti per il doppio di quello che avevo speso per l’intera collezione.

 

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